Calcio
Il piano da 900 pagine di Baggio per salvare il calcio italiano: cosa c’era e perché fu cestinato
Nel 2010, sull’onda della disfatta mondiale in Sudafrica, la FIGC chiamò Roberto Baggio a guidare il Settore Tecnico di Coverciano. Il “Divin Codino” prese il compito con una serietà disarmante: il risultato fu un documento di 900 pagine intitolato Nuove attività del Settore Tecnico di Coverciano, presentato al Consiglio Federale nel dicembre 2011. Un piano che venne formalmente approvato, mai realmente finanziato e infine abbandonato. Baggio si dimise nel gennaio 2013. Oggi, con l’Italia che ha mancato ancora una volta la qualificazione ai Mondiali, quel dossier torna a bruciare come una ferita aperta.
Il contesto: il disastro del 2010 e la nomina di Baggio
L’Italia uscì al primo turno del Mondiale sudafricano con soli due punti, ultima in un girone con Paraguay, Slovacchia e Nuova Zelanda. Non era solo una sconfitta sportiva: era il sintomo di un sistema in crisi profonda dopo i primi grandi anni 2000. Scarsa produzione di talenti, metodologie di allenamento antiquate, vivai trascurati. La FIGC, guidata da Giancarlo Abete, scelse di affidare la presidenza del Settore Tecnico a Baggio, il calciatore italiano più iconico degli ultimi trent’anni, Pallone d’Oro 1993. L’obiettivo dichiarato era rilanciare il movimento dalle fondamenta.
Cosa c’era nelle 900 pagine
Baggio non si presentò con buone intenzioni generiche. Lavorò per oltre un anno con un team di cinquanta collaboratori, tra tecnici, consulenti esterni e ricercatori, e consegnò un documento che affrontava ogni aspetto della formazione calcistica italiana. I punti cardine del piano erano ambiziosi e dettagliati.
La riforma della formazione degli allenatori era il cuore del progetto: Baggio voleva istruttori selezionati con criteri più severi, con percorso di studi certificato, competenze educative e background tecnico reale. L’idea era semplice ma rivoluzionaria nel contesto italiano: chi insegna calcio ai bambini deve essere bravo non solo a parlare di calcio, ma a educare.
Il sistema di scouting capillare prevedeva la suddivisione dell’Italia in cento distretti calcistici, ciascuno monitorato da tecnici federali incaricati di visionare decine di migliaia di partite all’anno per individuare talenti precocemente. Un modello simile a quello già adottato da Spagna, Francia e Germania, paesi che negli anni successivi avrebbero dominato il calcio europeo.
Il piano includeva anche la creazione di un archivio digitale nazionale: piattaforme video, database tecnici e strumenti di monitoraggio per seguire l’evoluzione dei giovani calciatori nel tempo, in anticipo su quello che poi sarebbe diventato il linguaggio standard dell’analisi sportiva. Completavano il quadro un centro studi permanente con ricercatori universitari nelle strutture federali e un’attenzione esplicita alla formazione morale: Baggio voleva formare buone persone prima ancora che buoni calciatori.
La presentazione al Consiglio Federale e il muro della burocrazia
Il dossier fu presentato al Consiglio Federale nel dicembre 2011. L’accoglienza fu tiepida. Baggio raccontò in un’intervista al TG1 del 23 gennaio 2013 di aver atteso cinque ore di anticamera per poi avere a disposizione solo un quarto d’ora per esporre un anno di lavoro. Il piano fu formalmente approvato e fu stanziata una cifra di dieci milioni di euro. I fondi, però, non arrivarono mai.
La FIGC, nella sua replica ufficiale, confermò l’approvazione ma precisò che il progetto era stato riorientato: la componente di scouting, originariamente al centro del piano, era stata spostata di competenza al Club Italia e ad Arrigo Sacchi. Baggio voleva un ruolo operativo; la Federazione sembrava interessata a una figura più rappresentativa. La divergenza fu irrecuperabile.
Le dimissioni: “Il mio programma è rimasto lettera morta”
Il 23 gennaio 2013 Baggio annunciò le dimissioni. «Non mi è stato permesso di lavorare. Il mio programma di 900 pagine è rimasto lettera morta. Non amo occupare poltrone, ma fare le cose», dichiarò. Aggiunse di aver partecipato solo a tre delle ventitré riunioni del Consiglio Federale, ritenendole irrilevanti rispetto al suo incarico, e di non avere diritto di voto in nessuna di esse. Abete commentò le dimissioni dicendo di non esserne sorpreso: «Baggio non sentiva come suo quel ruolo dirigenziale, non lo gratificava».
Un’occasione persa, ora più evidente che mai
Gli anni successivi hanno dato ragione al progetto di Baggio in modo impietoso. L’Italia ha mancato la qualificazione ai Mondiali del 2018 e del 2022, e nel 2026 è uscita ancora una volta dai playoff, eliminata dalla Bosnia. I problemi strutturali che Baggio aveva diagnosticato nel 2011 — vivai in affanno, scarsa produzione di talenti, formazione tecnica inadeguata — sono rimasti irrisolti, cambiando solo i nomi dei commissari tecnici e dei presidenti federali.
Il piano di 900 pagine del “Divin Codino” non era la soluzione a tutto. Ma era una visione sistemica, costruita con metodo e lungimiranza, in un momento in cui il calcio italiano aveva ancora il tempo per invertire la rotta. Non se ne fece niente. E oggi, guardando indietro, quella storia pesa come un macigno.
FAQ
Cosa era il piano da 900 pagine di Roberto Baggio? Era un documento intitolato Nuove attività del Settore Tecnico di Coverciano, elaborato da Baggio tra il 2010 e il 2011 insieme a cinquanta collaboratori. Conteneva proposte dettagliate per riformare la formazione giovanile, lo scouting, la selezione degli allenatori e i valori etici nel calcio italiano.
Perché il piano di Baggio non fu mai realizzato? Il piano fu formalmente approvato dal Consiglio Federale nel dicembre 2011 e fu stanziato un budget di dieci milioni di euro, ma i fondi non arrivarono mai. Le priorità della FIGC furono modificate e il progetto originario fu accantonato. Baggio denunciò la mancanza totale di supporto operativo.
Quando si dimise Baggio dalla FIGC? Roberto Baggio si dimise dalla presidenza del Settore Tecnico della FIGC il 23 gennaio 2013, dopo meno di tre anni dall’incarico. Motivò la scelta con l’impossibilità di portare avanti il suo progetto di riforma.
Il piano di Baggio avrebbe potuto cambiare il calcio italiano? È impossibile dirlo con certezza. Tuttavia, molti degli elementi proposti da Baggio — scouting territoriale, formazione avanzata degli istruttori, archivi digitali, attenzione ai valori — erano già applicati con successo da Spagna, Francia e Germania, che negli anni successivi hanno dominato il calcio mondiale mentre l’Italia continuava a declinare.
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