Ciclismo
Il nome che fa sognare la Francia del ciclismo
Il nome Paul in Francia andava per la maggiore tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento. Basti pensare ai due celebri artisti Paul Gauguin e Paul Cézanne, e a livello ciclistico a Paul Masson, medaglia d’oro su pista nelle prime Olimpiadi moderne nel 1986 ad Atene. Era al nono posto tra i nomi più comuni tra i nati nel 1900, sceso al 43° a metà secolo ma risalito in diciottesima posizione nel 2000. La derivazione femminile è stata Paulette per gran parte del novecento, per poi mutare in Pauline solo verso fine secolo, quando forse i ricordi della famiglia Bonaparte erano del tutto svaniti, arrivando ad essere il sesto nome più comune tra le nasciture. Nel 1992 oltralpe sono nate 5810 bambine di nome Pauline, mentre nel 2004 e nel 2006 hanno visto la luce rispettivamente 3479 e 3576 neonati chiamati Paul.
(fonte: Institut national de la statistique et des études économiques, INSEE)
Nessun Paul, e nessuna Pauline, avevano vinto 15 o più gare professionistiche di ciclismo su strada prima del 2024.
Paul Magnier a dire il vero è nato a Laredo, arida cittadina del Texas al confine con il Messico dove nel 2004 il padre lavorava come ingegnere (Lì il nome Paul non è nemmeno tra i 100 più comuni in quell’anno). La famiglia torna in patria dopo tre anni e Magnier si sviluppa sportivamente nella mountain bike, prima di dedicarsi al ciclocross e all’attività su strada. Corre già da semi-professionista a 18 anni con il team inglese Trinity, per poi passare passare al colosso World Tour Soudal Quick-Step l’anno successivo. Paul vince all’esordio da pro con il nuovo team alla prima gara disputata a Maiorca con una volata bruciante, ripetendosi poi al Tour of Oman e tre volte al Tour of Britain, sempre allo sprint. Nel 2025 le vittorie sono addirittura 19, solo una in meno del signore del ciclismo Tadej Pogacar, con addirittura tredici concentrate in sole tre corse a tappe tra settembre e ottobre. Magnier non è un velocista puro: ha certamente un grande talento nel posizionamento nelle volate di gruppo, ma se la cava egregiamente anche sui brevi strappi, oltre a saper correre sulle pietre e sullo sterrato grazie alla sua carriera “multidisciplinare”.
In futuro può vincere una maglia verde al Tour de France, che manca ai padroni di casa dal 1995 (Laurent Jalabert), ma anche portare a casa almeno una delle tre classiche monumento con meno dislivello. Se infatti per una Milano-Sanremo l’attesa dura solo dal 2019 (Alaphilippe), nelle due corse sul pavé i francesi non alzano le braccia da molto più tempo, dal ’97 alla Roubaix con Guesdon e dal ’92 al Fiandre con Durand.
Sempre Tadej e Mathieu permettendo.
Non si può parlare di multidisciplinarietà nel ciclismo senza menzionare Pauline Ferrand-Prévot, nata nel 1992 nel nord del paese e capace a soli 23 anni di essere la detentrice, in contemporanea, dei titoli mondiali strada, ciclocross e mountain bike cross-country. Dopo i non soddisfacenti giochi olimpici di Rio Pauline sembra volersi concentrare più sull’off-road, facendo solo qualche apparizione saltuaria su asfalto e pietre delle classiche del nord, ma questo “focus” paga e porta una coppa del mondo e titoli mondiali ed europei in varie specialità della MTB, fino al tanto sognato oro olimpico nel cross-country alle Olimpiadi casa nel 2024.
Ritirarsi? Assolutamente no, il richiamo della strada è troppo forte, Pauline vuole correre la Paris-Roubaix Femmes, corsa che ai suoi esordi non esisteva e che sembra fatta apposta per lei, e che ovviamente domina, vincendo una gara su strada a 10 anni di distanza dal trionfo precedente. Cos’altro non c’era ai suoi tempi? Il Tour de France Femmes organizzato da ASO. E perché non dominare anche questo, lasciando tutte le migliori dietro sul leggendario Col de la Madeleine e a Châtel?
Pauline è già leggenda, ma sembra non volersi fermare.
Il Paul più giovane è anche quello più chiacchierato. Paul Seixas è nato 19 anni fa a Lione, anche se il cognome ha origini portoghesi, e anch’egli da ragazzino si diletta nel ciclocross con buonissimi risultati. Già da junior però entra nelle grinfie della galassia AG2R (ora Decathlon), e a 18 anni ancora da compiere vince la Liegi-Bastogne-Liegi junior e il mondiale a cronometro di categoria, oltre al Giro della Lunigiana che è un po’ il “Giro dei predestinati”. Tanto che il team francese lo fa passare direttamente professionista già nel 2025, disegnandogli un calendario già di primo piano. Paul potrebbe già vincere la sua prima corsa a Lienz, al Tour of the Alps, ma la lascia al compagno Prodhomme che, a suo dire, “meritava un’unica gioia dopo cinque anni di sacrifici” (ironia della sorte: Prodhomme vincerà altre 5 corse nel 2025).
Al Giro del Delfinato si scontra con tutti i migliori ma a sorpresa fa classifica, chiudendo ottavo e diventando il più giovane di sempre a finire in top ten di una corsa World Tour. La vittoria del Tour de l’Avenir sembra quasi dovuta e propedeutica ad un finale di stagione da stella assoluta, tra i trenta stremati uomini capaci di finire il mondiale élite di Kigali e tra i tre con la bottiglia in mano al campionato europeo élite, insieme a due chiamati Tadej Pogacar e Remco Evenepoel. E ancora, tra gli otto arrivati a Bergamo dopo i due signori sopra citati, molti minuti in ritardo ma comunque con soddisfazione.
E si torna dunque a parlare di attese e di Bernard Hinault, di quella gialla francese a Parigi in un 1985 che sembra sempre più lontano, ma anche di quella nevosa Liegi datata 1980.
Tenete d’occhio il sito dell’INSEE e la prevalenza dei nomi Paul e Pauline nel prossimo decennio: si prevede un’impennata.
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